L’occasione fallita (forse) di creare una classe politica europea

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di Luca Verzichelli*

Finalmente si è votato. Ora possiamo individuare vincitori e sconfitti, soprattutto se ragioniamo in termini di analisi del voto nazionale. Fatta salva l’evidenza, circolata a urne appena chiuse, circa l’impossibilità di una nuova maggioranza formata dai soli gruppi dei popolari e socialisti-democratici  nel parlamento di Bruxelles, cogliere gli effetti del voto a livello europeo è certo più difficile.
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Partiti populisti, partiti normali e democrazia

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di Guido Ortona*

1. Premesse. Con il termine “populista” gli avversari dei partiti tacciati di essere tali sintetizzano la loro critica in un termine generico, dispregiativo e oscuro. In questo intervento cercherò di dare un significato a tale termine, con riferimento alla situazione del nostro paese, vale a dire in un sistema (ancora) sostanzialmente democratico, nonostante alcune disfunzioni.
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Elezioni europee, ma poca Europa

di Nicolò Conti*

Tra pochi giorni voteremo alle elezioni europee, un evento che permetterà di testare gli equilibri tra le forze politiche in campo, dentro e fuori il perimetro del governo. Molti analisti concordano che l’esito elettorale potrebbe avere effetti sulla tenuta dell’attuale coalizione di governo giallo-verde, la quale potrebbe risultare destabilizzata da un risultato in grado di stravolgere gli equilibri esistenti all’interno dell’esecutivo. Si tratta, quindi, di un’occasione elettorale nella quale la posta in gioco è rilevante dal punto di vista della politica nazionale  sia per le dinamiche tra governo e opposizioni che all’interno dello stesso governo.

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Tra disinteresse e disincanto i Paesi dell’Est si preparano al voto europeo

di Sorina Soare*

Dopo la curiosità iniziale e l’entusiasmo sollevati dalla Caduta del Muro, i paesi dell’Europa centrale ed orientale sono stati dimenticati per molto tempo. È nel contesto della difficile gestione della crisi dei rifugiati che l’interesse per lo spazio postcomunista irrompe però impetuosamente. In chiave critica nei confronti dell’Unione europea, diventano visibili le convergenze argomentative fra vari partiti occidentali e orientali classificati in maniera schematica come sovranisti.

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Sovranisti d’Italia: il rischio di una vittoria di Pirro (a scapito degli interessi degli italiani)

di Marco Valbruzzi*

Non si sa esattamente per quale motivo politici e commentatori sparsi si sono convinti che le prossime – quelle che si terranno dal 23 al 26 maggio – saranno le prime, “vere” elezioni europee. Con l’unica eccezione del Regno Unito, per motivazioni più che comprensibili, anche la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo è ancora tutta introversa e chiusa dentro i recinti dei singoli Stati.

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La Francia in Europa tra Macron, Le Pen e la crisi dei partiti tradizionali

di Sofia Ventura*

La campagna francese per le elezioni europee si sta volgendo tra lo scarso interesse dei cittadini, la cacofonia di messaggi, l’attenzione dei partiti al tema dell’Unione che si interseca con le dinamiche interne e un’offerta politica frammentata. Secondo Ipsos (marzo 2019), solo il 42% degli intervistati si è dichiarato certo di andare a votare. Un valore in linea con l’affluenza nelle consultazioni per il Parlamento europeo del nuovo millennio. Se i Gilets Jaunes e la risposta di Emmanuel Macron con il Grand Débat hanno dominato l’agenda politica di questi mesi, anche le scarse aspettative verso le istituzioni europee sembrano pesare sul tiepido interesse per la campagna.

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Quel populismo di destra che in Europa procede in gruppi separati (fino ad oggi)

di Duncan McDonnell *

Cinque anni fa, secondo molti osservatori, in occasione delle elezioni europee si è verificato un terremoto populista. Anche se alcuni partiti (come la Lega) hanno avuto risultati non eccelsi rispetto al 2009, nel complesso la tornata del 2014 ha portato al parlamento europeo il maggior numero mai visto di populisti di destra. Peraltro, tre partiti dell’Europa occidentale, il francese Front National (come si chiamava allora), lo UKIP britannico e il Partito del Popolo Danese, hanno vinto le elezioni nei propri paesi per la prima volta.

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Brexit: an act of collective insanity

di James Newell*

On 22 March, the European Council gave the UK until 29 March to pass Theresa May’s withdrawal agreement. If it did so then it could leave on 22 May; if it didn’t, then it would have to: leave on 12 April without an agreement; revoke article 50 or come up with an alternative that would imply asking for a long extension and participating in the European Parliament elections. Parliament has voted against the withdrawal agreement (three times); it has voted against leaving the EU without an agreement; it has voted against all of the other alternatives on offer. Why is the UK political system in such a mess, the country’s governors’ reputation so badly damaged internationally? The answer is five-fold.

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