L’immigrazione oltre la crisi dei rifugiati. Perché è importante per il futuro dell’Europa

di Tiziana Caponio*

Durante la crisi dei migranti del 2015 in Europa sono arrivate oltre un milione e 800 mila persone. L’80 per cento delle quali ha percorso due corridoi principali: dalle isole dell’Egeo e dalla via di terra che attraversa i paesi balcanici. Le immagini di folle in marcia lungo le strade e quelle di imbarcazioni alla deriva hanno mostrato al mondo un’Europa nel caos di fronte a un esodo imprevisto ed epocale. Ed è in questo scenario che si è affermato il discorso ‘sovranista’ dell’immigrazione zero e di un’Europa fatta di nazioni ermeticamente chiuse.

Una narrazione che promette di segnare profondamente le prossime elezioni di maggio, ma che riflette in realtà la tentazione del Vecchio Continente, che si è fatta strada negli ultimi vent’anni, di chiudersi su sé stesso.

Nel marzo del 2000, con l’approvazione della strategia di Lisbona, vale a dire il programma di riforme economiche adottato dal Consiglio Europeo, l’Ue sembrava inaugurare una nuova era: l’immigrazione veniva allora considerata una risorsa preziosa per trasformare il continente in una delle economie della conoscenza più dinamiche e competitive a livello globale. Tuttavia, le politiche adottate dai singoli paesi sono andate decisamente in direzione opposta. In reazione al clima di tensione provocato dal terrorismo internazionale, paesi come Olanda, Danimarca, Germania e Austria hanno introdotto misure che subordinano le opportunità di immigrazione al requisito dell’integrazione.

Ai nuovi arrivati, in altre parole, viene richiesta la frequenza obbligatoria di corsi di lingua e cultura civica e il superamento di un test per rimanere nel paese, una misura introdotta peraltro anche in Italia nel 2009 con il cosiddetto ‘Accordo di Integrazione’. Inoltre, agli stranieri che richiedono il ricongiungimento familiare viene chiesto di affrontare i test di lingua e cultura presso le ambasciate presenti nei paesi di origine.

Poco male alzare un po’ l’asticella se in gioco è la sicurezza dei cittadini. Peccato che le misure adottate poco abbiano a che fare con il terrorismo, che riguarda per molti aspetti il rapporto conflittuale con le seconde generazioni protagoniste degli episodi più recenti, come l’attentato di Strasburgo. Di fatto, queste politiche hanno alzato i costi dell’emigrazione legale, rendendola quasi inaccessibile ai gruppi più svantaggiati e vulnerabili.

La crisi economica globale iniziata nel 2007 ha poi contribuito a chiudere ulteriormente la già stretta porta di ingresso in Europa. A questo proposito i dati sono tuttavia contraddittori. Nei paesi del sud si è registrato effettivamente un innalzamento dei tassi di disoccupazione per cittadini nazionali e immigrati, a cui ha fatto seguito uno stop negli ingressi ufficiali per motivi di lavoro, come evidenziato in Italia dal congelamento delle quote nel 2011. Nell’Europa centro-settentrionale la situazione è più diversificata.

I dati dell’Ocde mostrano come i tassi di disoccupazione degli immigrati residenti siano aumentati in maniera contenuta e addirittura, nel caso della Germania, si sia registrata una riduzione, dal 14,6 per cento nel 2007 all’8,9 per cento del 2011. A questo trend, tutto sommato positivo, si sono accompagnate politiche di ingresso orientate a concedere permessi di soggiorno di breve durata (tra i tre e i cinque mesi), di cui hanno beneficiato soprattutto i paesi candidati all’ingresso nell’UE. Insomma, crisi sì, ma fino a un certo punto.

Nel corso degli anni Duemila, dunque, entrare legalmente in Europa è diventata un’impresa difficile, soprattutto dall’Africa e dalle aree di crisi del Medio Oriente. Molti migranti, che prima avrebbero potuto sperare di ottenere un visto di ingresso regolare per motivi di lavoro o per ricongiungimento famigliare, iniziano a cercare altre vie, quelle dell’immigrazione irregolare. Il 2006 è l’anno degli arrivi record alle Isole Canarie, con 31.650 persone sbarcate illegalmente.

Il 2008 tocca a Lampedusa, dove arrivano oltre 36mila persone, quasi tutti provenienti da Nigeria, Eritrea e Somalia, di cui oltre l’86 per cento ha avanzato richiesta di asilo. Dal 2011, con la caduta del regime di Ben-Alì in Tunisia e con l’inizio della guerra civile in Libia, si sono intensificati i flussi di quanti sono costretti a scappare. Ed è così che si arriva al 2015, quando la catastrofe umanitaria in Siria fa aumentare a dismisura la pressione sulle rotte orientali già utilizzate, tra gli altri, da iracheni, iraniani, pachistani e afgani.

Di fronte al caos, l’Ue non è riuscita a trovare un accordo sulla questione cruciale della redistribuzione dei richiedenti asilo, ma ha preteso l’applicazione rigida del Regolamento di Dublino, il quale chiaramente svantaggia i paesi di primo ingresso che si affacciano sul Mediterraneo.

Mai come prima quindi la questione immigrazione si ritrova oggi al centro delle elezioni del Parlamento Europeo e del confronto sul futuro stesso del progetto di integrazione europea. Se la ricetta sovranista è chiara, non altrettanto lo sono le possibili alternative a fronte di una chiusura crescente dell’Europa che, di fatto, avvalora la tesi della sicurezza prima di tutto.

* Tiziana Caponio è Marie Curie Fellow presso il Migration Policy Centre, Istituto Universitario Europeo, e Professore Associato di Scienza Politica dell’Università di Torino

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