di Piergiorgio Corbetta*

Il voto per il M5s non è stato il voto dei perdenti economici della globalizzazione, non il voto dei perdenti culturali, né quello delle periferie contro il centro, o quello degli esclusi contro gli inclusi

Quanto sta accadendo nel nostro paese con il Movimento 5 stelle non è un fatto solo italiano. Un’ondata populista ha investito da qualche anno ormai le democrazie occidentali, e non accenna ad arrestarsi: il 25 ottobre nella Repubblica ceca le elezioni sono state dominate dal “Trump/Berlusconi ceco”, il miliardario populista Andrej Babis, che a capo del partito dall’eloquente nome “Partito dei cittadini insoddisfatti” arriva a sfiorare il 30%, sbaragliando i partiti tradizionali.

Dieci giorni prima in Austria grande successo del Partito popolare ÖVP guidato dall’enfant prodige Sebastian Kurz, 31enne (trentun anni, avete letto bene), che ha spostato l’asse del partito nettamente a destra cavalcando la retorica del cambiamento. Un mese prima, il 24 settembre, abbiamo avuto in Germania l’avanzata dell’estrema destra xenofoba e euroscettica dell’Afd. E nel mese di maggio in Francia, per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, non sono andati al ballottaggio per il presidente nessuno dei due partiti storici, Socialista e Repubblicano. Un’onda lunga e spesso inaspettata: basti pensare ancora al successo di Donald Trump di un anno fa e a quello per la Brexit di qualche mese prima.

Diverse ricerche sono state effettuate da studiosi europei e statunitensi per interpretare questi fenomeni così simili fra loro, e le spiegazioni sono in estrema sintesi riconducibili a una tesi fondamentale: quella dei “perdenti della modernizzazione”, nella duplice accezione dei “perdenti culturali” e dei “perdenti economici”. Già a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, con la cosiddetta “rivoluzione silenziosa”, si erano avviati profondi cambiamenti nella cultura occidentale (femminismo ed eguaglianza di genere, rivoluzione nei costumi sessuali, diritti dei gay ed unioni omosessuali…) che avevano prodotto disorientamento nei settori più tradizionali.

Più recentemente, le immagini televisive dei barconi dei migranti, gli attentati del terrorismo islamico, gli episodi di microcriminalità ricorrenti hanno generato nuove ostilità e nuove paure. Si tratta di una reazione di disorientamento culturale che – secondo le ricerche condotte – ha trovato la massima diffusione fra gli anziani, gli uomini, i meno istruiti, gli abitanti delle periferie, i meno abbienti.

Inutile dire che questa tesi dei “perdenti della modernizzazione culturale” – se può valere per gli elettori di Marine Le Pen o di Trump o dei partiti populisti di destra europei e forse anche, nel nostro paese, per gli elettori della Lega – non ha nulla a che fare con il caso italiano degli elettori del M5s, che, semmai, dovrebbero essere annoverati fra i “vincenti della modernizzazione culturale”, per la loro età, la sintonia con il mondo delle nuove tecnologie, l’apertura sui temi etici progressisti.

Mentre questa spiegazione del successo dei partiti populisti – cara alla destra – fa capo a una linea interpretativa di tipo “psicologico” (disorientamento e paura), la seconda lettura, quella dei “perdenti economici della modernizzazione” – che è cara alla sinistra – vede il populismo generato dal disagio economico.

Secondo questa tesi, le trasformazioni delle società postindustriali hanno generato nelle società occidentali pochi vincenti e molti perdenti. Il collasso dell’industria manifatturiera, la delocalizzazione all’estero della produzione industriale, l’automazione che elimina posti di lavoro, l’indebolimento dei sindacati, la crisi di sostenibilità del welfare state, le politiche governative di austerità, sono tutti processi che hanno creato nuove condizioni di insicurezza economica e di deprivazione sociale, dalla minaccia della disoccupazione al rischio fallimento per le piccole imprese, dalla difficoltà a trovare lavoro per i giovani alla precarizzazione dei lavori esistenti. Nasce facilmente in questo quadro un diffuso atteggiamento di risentimento verso le élite dominanti e verso la classe politica, che rappresenta un terreno quanto mai fertile per l’appello populista.

Questa tesi, la cui applicazione al caso italiano dei cinque stelle appare più plausibile, non è riuscita finora a trovare un convincente riscontro empirico. L’Istituto Cattaneo, applicando a una massa rilevante di dati di sondaggio (27.000 casi) le categorie proposte da Luca Ricolfi dei “garantiti” (posto fisso), del “rischio” (dipendenti di piccole imprese, lavoro autonomo) e degli “esclusi” (disoccupati, lavoratori in nero, scoraggiati), ha trovato che le percentuali di propensi a votare per il M5s sono rispettivamente nei tre gruppi il 33%, 30% e 34%: valori di fatto statisticamente eguali.

Il voto per il M5s non è stato il voto dei perdenti economici della globalizzazione, non il voto dei perdenti culturali, né quello delle periferie contro il centro, o quello degli esclusi contro gli inclusi. Semmai è stato il voto (di una parte) di tutti questi. Un voto privo di radici sociali: potremmo forse dire con radici etiche.

Alle radici del successo del Movimento 5 stelle dobbiamo trovare altre spiegazioni, oltre a quella culturale e a quella economica. Il populismo trae alimento non solo da crisi economiche, ma anche da crisi politiche che possono essere indipendenti dal cattivo andamento dell’economia (corruzione, mancato funzionamento dello stato di diritto, inefficienza del governo, effetto deleterio dei grandi scandali sulla fiducia nelle istituzioni). E nel nostro paese la crisi politica ha preceduto quella economica (basti pensare all’implosione della Democrazia cristiana e al cambio di pelle del Partito comunista).

Il populismo italiano del Movimento 5 stelle rimane in Europa e nell’occidente un caso anomalo. Ha raggiunto livelli quantitativi non paragonabili con gli altri populismi europei; non ha assunto un connotato di destra come quasi dovunque è avvenuto (con la sola eccezione di Podemos in Spagna). Ma le incertezze interpretative sulla sua genesi e sulle motivazioni che l’hanno fatto nascere sono pari alle incertezze sul suo futuro politico.

*Piergiorgio Corbetta è direttore di ricerca dell’Istituto Cattaneo di Bologna.

Articolo consultabile su: Repubblica.it

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