
Nel pomeriggio del 23 marzo 2026, Giorgia Meloni ha subito un’importante battuta d’arresto politica quando è emerso che i cittadini italiani avevano votato con il 53,23% contro il 46,77% per respingere la proposta di riforma costituzionale del sistema giudiziario del suo governo. I sondaggi pre-referendari avevano suggerito che l’esito sarebbe stato incerto (mostrando però che le intenzioni di voto per il ‘no’ avevano già superato di poco quelle per il ‘sì’ un mese prima del voto). Comprensibilmente, i portavoce del governo avevano costantemente respinto l’idea che il voto fosse un referendum politico sull’esecutivo. Tuttavia, tutti comprendevano che la sua autorità fosse in gioco e che il referendum rappresentasse, in tal senso, un rischio enorme. Peraltro, l’attivismo della Presidente Meloni, nell’ultima fase della campagna, ha caricato di significato politico l’appuntamento referendario, contraddicendo la narrazione del referendum non politico.
Non avrebbe potuto essere diversamente. La riforma proposta era stata approvata in Parlamento il 30 ottobre senza il sostegno dei partiti d’opposizione (fatta eccezione per le piccolissime formazioni come Azione e Più Europa). La campagna referendaria ha quindi portato i portavoce di governo e di opposizione ad uno scontro diretto e piuttosto aspro; tutti credevano che le sorti politiche dell’esecutivo e della minoranza sarebbero state danneggiate o rafforzate a seconda dell’esito e si sono comportati di conseguenza. Come sempre, una situazione definita reale si è rivelata tale nelle sue conseguenze, una sorta di profezia che si autoavvera.
Nei giorni successivi al voto, Giorgia Meloni è apparsa significativamente indebolita sotto diversi aspetti. In primo luogo, l’affluenza, pari al 58,93% (esclusi gli italiani residenti all’estero), è stata molto più alta di quanto previsto, alla luce della natura definita ‘tecnica’ del quesito (e, inoltre, della limitata credibilità delle affermazioni più allarmistiche di entrambe le parti circa le potenziali conseguenze dell’accettazione o del rifiuto della riforma). Di conseguenza, l’esito ha potuto essere, ed è stato, credibilmente presentato dai suoi oppositori come un decisivo rifiuto popolare di una proposta che la stessa Meloni aveva promosso in prima linea. Ciò è avvenuto nonostante la differenza tra le due posizioni (pari a 6,46 punti percentuali) fosse molto inferiore a quella registrata l’ultima volta in cui un Presidente del Consiglio aveva direttamente associato la propria figura personale all’esito di un referendum.[1]
In secondo luogo, i dati dei sondaggi (di cui si discuterà più avanti) hanno suggerito che il risultato sia stato il frutto di un inaspettato livello di mobilitazione tra i giovani, gli astensionisti e gli elettori segnati da un sentimento di disincanto nei confronti della politica dei partiti. Ciò ha permesso agli oppositori della Premier di inquadrare il risultato come l’indicatore di una sorta di diffusa ‘insurrezione popolare’ in difesa della Costituzione del 1948 e dei suoi valori progressisti.
Terzo, l’esito ha messo in evidenza un rifiuto della politica populista e plebiscitaria, indebolendo in modo significativo il potenziale politico delle relative narrazioni. Questo ha reso molto più difficile per la presidente Meloni affermare di essere la rappresentante più autentica del popolo italiano. La fattibilità della sua riforma costituzionale di punta – che intendeva concentrare il potere nell’esecutivo attraverso l’elezione diretta del premier – è stata seriamente messa in discussione a seguito del naufragio della riforma della giustizia. Se il referendum fosse – come molti a destra lo avevano dipinto – un’occasione per liberare i rappresentanti del popolo dalle fastidiose conseguenze delle ‘denunce giudiziarie’, bisogna invece riconoscere che il popolo degli elettori ha scelto di mantenere ben salda l’autonomia della Magistratura, rispetto agli altri poteri fondamentali dello Stato.
Tutto ciò solleva tre interrogativi significativi. Se il paragrafo precedente descrive i modi in cui l’esito è stato inquadrato all’indomani del voto, fino a che punto queste letture trovano conferma nei pochi dati attualmente disponibili a così breve distanza dall’evento referendario? Cosa ci dicono questi dati su come l’esito possa, di fatto, essere spiegato? Qual è il significato più ampio del risultato, sia in termini di probabile impatto sulla politica italiana a lungo termine, sia nel contesto degli sviluppi politici al di là dei confini italiani?
Per quanto riguarda la prima domanda, nei giorni immediatamente successivi al voto si è dato ampio risalto ai dati degli exit poll. Questi suggerivano che, tra coloro che hanno votato, i sostenitori dei partiti di centrodestra avessero una maggiore probabilità di scegliere il ‘no’ rispetto ai sostenitori del centrosinistra, orientati invece verso il ‘sì’. Coloro che non hanno partecipato né alle precedenti elezioni politiche né a quelle europee presentavano invece una propensione al ‘no’ superiore alla media (57%).[2] Queste percentuali, coerenti con la tesi di una mobilitazione generalizzata in difesa della Costituzione, non appaiono in alcun modo conclusive, poiché si basano, ovviamente, solo su chi aveva effettivamente votato. Inoltre, sarebbe necessario sapere come l’affluenza si è distribuita tra i vari gruppi di sostenitori dei partiti e tra chi si era astenuto in precedenza. Ma questo richiede ampi campioni dei diversi elettorati di partito, non campioni di chi ha effettivamente partecipato alla consultazione referendaria. Lo stesso si può dire di quelle interpretazioni che hanno attribuito l’esito ai giovani, vedendo nel risultato una sorta di ribellione giovanile contro il governo Meloni. Certamente, tra coloro che hanno partecipato, la fascia tra i 18 e i 34 anni ha mostrato una propensione al ‘no’ molto superiore alla media (61,1%), mentre la fascia tra i 35 e i 54 anni ha rispecchiato il dato medio (53,3% ‘no’ e 46,7% ‘sì’). Gli elettori più anziani si sono divisi equamente (50,7% a 49,3%).[3] Ma, ancora una volta, senza informazioni sull’entità della partecipazione effettiva tra queste categorie, l’idea che ‘it was the young wot won it’ (per prendere in prestito una frase ben nota tra i politically engaged in GB) rimane purtroppo a livello di congettura. Tuttavia, tutte queste interpretazioni forniscono ipotesi interessanti che saranno senza dubbio esaminate nei prossimi studi sul voto sulla base dei dati dei sondaggi post-referendari. Nel frattempo, le analisi di Nando Pagnoncelli, per IPSOS, basate su dati raccolti tra il 12 febbraio e il 18 marzo e pubblicate sul Corriere della Sera, confermano sostanzialmente l’ipotesi di un contributo significativo al risultato da parte dei giovani, degli ex astenuti e delle defezioni tra i sostenitori del centrodestra.[4]
Per quanto riguarda, invece, la seconda domanda, cosa possono suggerire le tabelle riportate nell’articolo di Pagnoncelli in merito alla spiegazione dell’esito? Nel complesso, sembra proprio che i più giovani, rispetto ai più anziani, siano stati più propensi a partecipare e, una volta presa la decisione di partecipare, a scegliere di votare ‘no’. Inoltre, un livello di istruzione più elevato si associa a una maggiore probabilità di recarsi alle urne e di votare ‘no’. Poi, tra coloro che godono di una posizione socio-economica ‘elevata’, l’affluenza è stata del 72,2%, con il 59,9% dei votanti che ha scelto il ‘no’. Invece, tra quanti vivono in condizioni economiche inferiori, l’affluenza si è limitata al 46,4%, con una percentuale leggermente inferiore (57,1%) di questi elettori che ha votato ‘no’. Si giunge alla stessa conclusione se si utilizza la variabile ‘condizione professionale’. In altre parole, l’esito è stato, in larga misura, il risultato della mobilitazione da parte della campagna per il ‘no’ tra i più giovani, i più istruiti e le figure più sicure (o meno insicure) dal punto di vista socio-economico.
Allo stesso tempo va considerato un impatto altrettanto evidente della religiosità e dell’identità politica sul risultato. Coloro che si dichiarano ‘non credenti’ hanno mostrato una maggiore probabilità di recarsi alle urne e di votare ‘no’ rispetto a chi si definisce cattolico. Chi si colloca a sinistra ha una probabilità più alta di partecipare rispetto a chi si colloca a destra. Il 94,2% dei votanti di sinistra dichiara di aver votato ‘no’, rispetto al 6,7% di quelli di destra. In breve, i dati sembrano confermare un’interpretazione dell’esito che lo inquadra come espressione del forte attaccamento a valori solidamente repubblicani, progressisti e costituzionali da parte di chi si colloca in posizioni sociologicamente definite centrali, anziché periferiche. Si tratta di un aspetto che non sorprende. Dopotutto, la ‘difesa della Costituzione del 1948’ è stata forse il contenuto centrale della campagna a sostegno del ‘no’: il leitmotiv, il basso continuo della storia che si è voluto raccontare agli elettori. Per i ricercatori dell’Istituto Cattaneo, l’esito poteva essere spiegato dalla maggiore propensione dei sostenitori dei partiti d’opposizione, rispetto a quelli dei partiti di governo, a recarsi alle urne e, di conseguenza, a seguire la ‘linea del partito’ nelle cabine elettorali.[5]
Per quanto riguarda la terza domanda, relativa all’impatto politico e al significato dell’esito, sembra difficile contestare l’idea che il risultato sia stato una boccata d’ossigeno per i partiti d’opposizione, e in particolare per il ‘campo largo’. Ma proprio perché l’esito ne ha rilanciato le sorti, ha al contempo creato sfide importanti per questi partiti, tutte legate a una questione fondamentale: quanto riusciranno a trovare la coesione necessaria per garantire la propria credibilità, specialmente su temi chiave come la guerra in Ucraina e l’integrazione europea?
Sul fronte dei partiti di governo, la prima conseguenza immediata è stata una serie di dimissioni da parte di esponenti dell’esecutivo ritenuti, in un modo o nell’altro, responsabili dell’esito referendario — e la cui permanenza in carica era dunque considerata corrosiva per l’autorevolezza del Governo, già indebolita. Per alcuni, la loro uscita va intesa come il tentativo di Giorgia Meloni di proteggere il proprio prestigio attribuendo ad altri membri del governo la responsabilità del risultato.[6]
In secondo luogo, i critici del governo lo hanno criticato ampiamente come un esecutivo piuttosto deludente per le riforme introdotte. Il problema per il Governo, quindi, sarebbe ora la riforma di punta della Presidente del Consiglio e del partito di maggioranza, il cosiddetto premierato, che rischia di subire una battuta d’arresto a seguito dell’esito del referendum.
Il risultato sembra dunque confermare l’esperienza recente, sia italiana sia di altri paesi, secondo cui i referendum vengono spesso utilizzati dagli elettori per colpire i governi in carica e i primi ministri (si pensi alla Brexit del 2016 e al referendum costituzionale italiano dello stesso anno). Infatti, il Governo non voleva certo rischiare, proprio in questa fase, un danno alla propria credibilità derivante da un esito negativo di un altro referendum costituzionale. Tuttavia, se il premierato non era più al centro del progetto politico del Governo, i commentatori si chiedevano, comprensibilmente, che cosa lo fosse.
Terzo, l’esito è stato inquadrato dai critici del Governo anche come riflesso del malcontento popolare nei confronti di specifiche posizioni politiche, come l’atteggiamento nei confronti di Donald Trump e la gestione delle ricadute economiche della guerra con l’Iran.[7] Pertanto, il risultato implica che, da lì in avanti, il Governo, e di conseguenza la sua coesione, avrebbe potuto essere messo significativamente alla prova anche in diversi ambiti delle politiche pubbliche.
Considerazioni di questo tipo hanno poi spinto gli osservatori a trarre conclusioni dai dati disponibili sul risultato, in relazione alle prossime elezioni politiche, previste al più tardi nel 2027. A questo proposito vale la pena menzionare, ancora una volta, l’analisi dell’Istituto Cattaneo.[8] Questo lavoro illustra come verrebbero distribuiti i 147 seggi uninominali alla Camera dei deputati, ipotizzando che, in ciascuno di questi collegi, tenendo conto dell’affluenza, coloro che hanno votato ‘no’ votassero per un candidato del ‘campo largo’ alle prossime elezioni, mentre coloro che hanno votato ‘sì’ votassero per un candidato dei partiti del governo Meloni. Ciò suggerisce la vittoria di un candidato del ‘campo largo’ con un margine di almeno il 5% in 69 seggi e di un candidato dei partiti di governo in 49, mentre 29 seggi restano incerti. Tuttavia, per una serie di ragioni – non ultima l’incertezza sul comportamento futuro della grande percentuale di elettori del ‘no’ che erano ex astensionisti – trarre conclusioni sulle prossime elezioni dall’esito del referendum è rischioso. In ogni caso, è possibile che le prossime elezioni politiche si svolgano sulla base di un sistema elettorale riformato, tale da rendere più probabile – data l’attuale distribuzione del consenso tra centrodestra e centrosinistra – il conferimento di un premio di maggioranza decisivo in Parlamento.
Di conseguenza, quello che fino alla campagna referendaria sembrava lo scenario futuro più probabile — una coalizione stabile sotto una leadership carismatica saldamente in carica per un intero mandato legislativo di cinque anni — è apparso improvvisamente molto più incerto. Inoltre, tale incertezza è accresciuta dalla complessità delle dinamiche internazionali derivanti da un contesto globale che, dall’inizio dell’anno, sembra essere diventato molto meno prevedibile.
Infine, nel contesto degli sviluppi in corso nel resto d’Europa e oltre,[9] la sconfitta di Giorgia Meloni potrebbe, plausibilmente, essere letta come un ulteriore segnale di qualcosa di più generale. Ovvero, l’ipotesi che la crescente ondata di populismo di destra in Europa abbia raggiunto il suo apice.[10] Quello che sembrava certo era che non sarebbe stato necessario aspettare a lungo per scoprire se l’ondata di populismo di destra avesse davvero raggiunto il suo apice o se invece fosse destinata a diventare ancora più forte.
James L. Newell
Università di Urbino Carlo Bo
James.newell@uniurb.it
[1] Si tratta del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, che portò direttamente alle dimissioni dell’allora Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, dopo che le sue proposte furono respinte con il 59,12% contro il 40,88%.
[2] La Milano, ‘Justice Referendum: Vote Analysis: First-Time Voters and Young People Opt No’, 23 March 2026, https://lamilano.it/en/by-the-media/referendum-giustizia-lanalisi-del-voto-elettori-debuttanti-e-giovani-scelgono-no/
[3] Ibid.
[4] Nando Pagnoncelli, ‘Il boom tra I giovani, due su tre alle urne spingono la corsa del No’, Corriere della Sera, 24 March 2006, pp.12-13.
[5] ‘ANALISI 23 Marzo: Il referendum sulla magistratura’, Istituto Cattaneo, available at https://www.cattaneo .org/wp-content/uploads/2026/03/2026-03-23_Ref_giustizia.pdf
[6] Fra gli altri, i commenti del giornalista, Alessandro de Angelis, durante il talk show ‘Otto e mezzo’ trasmesso da la7 il 26 marzo, disponibile a: https://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/otto-e-mezzo-26-03-2026-638842
[7] Vedi nota 6.
[8] Vedi nota 5
[9] L’esito delle elezioni locali in Francia; la possibile sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni ungheresi previste per aprile; il calo di popolarità di Donald Trump negli Stati Uniti in vista delle elezioni di metà mandato previste nel corso dell’anno.
[10] Tra gi altri, John Henley, ‘Could the continent’s far right be suffering from a Trumplash?’, the Guardian, 25 March, https://www.theguardian.com/world/2026/mar/25/could-the-continents-far-right-be-suffering-from-a-trumplash?
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