James L. Newell (Università di Urbino Carlo Bo)

A ridosso delle recenti elezioni politiche, è diventata di grande attualità una domanda che era molto dibattuta negli ambiti academici durante gli anni successivi alla caduta del muro di Berlino – gli anni della fine delle ideologie e dell’egemonia culturale del capitalismo neoliberale – e cioé: “What’s left of the (Italian) left”, “Che cosa è rimasto della sinistra (italiana)?”, o perlomeno, “Dove va la sinistra (italiana)?”

La risposta generale richiede di affrontare e chiarire le risposte a quattro domande più specifiche, e cioè:

1) Che cosa si intende per “sinistra”?

2) Quali partiti appartengono a questa categoria e qual è il loro stato di salute?

3) Ammesso che i partiti in questione siano vivi ma non molto vegeti, come siamo arrivati a questa condizione?

4) Infine, in base alla diagnosi fatta sul loro stato di salute, si può porre la famosa domanda posta da Lenin a suo tempo: “What is to be done?”, “Che fare?”

  1. Che cosa è “la sinistra”?

Alla domanda, “What’s left of the Italian left?”, “Che cosa è rimasto della sinistra italiana?” si può iniziare a rispondere considerando i risultati delle elezioni di settembre, quando è emersa una tendenza da parte di molti osservatori nel dibattito pubblico, a rispondere, “poco o niente”. Per loro, il deludente risultato del PD insieme alla mancanza quasi totale di una qualsiasi narrativa riconoscibile come narrativa di sinistra, sarebbe la prova provata che la sinistra non esiste più in Italia. Questo è un punto di vista profondamente sbagliato e non solo perché il Movimento Cinque Stelle, insidiando il PD, ha occupato un terreno politico chiaramente di sinistra, avendo precedentemente perso quegli elettori posizionati verso destra e avendo perso così la sua originaria identità di partito che si rifiuta di collocarsi sull’asse destra-sinistra. No: è sbagliato affermare che la sinistra italiana non esiste più proprio in virtù di cosa si intende per “sinistra”.

In primo luogo, bisogna considerare che è impossibile afferrare il significato di “sinistra” senza capire cosa si intende per “destra” e viceversa: che ognuno di questi due concetti ottiene il suo significato dal significato dell’altro. Allo stesso tempo, ed è il secondo punto, l’uno esclude l’altro nel senso che non è possibile essere, allo stesso tempo, sia di destra che di sinistra. In altri termini: se uno occupa una posizione di sinistra non può, allo stesso tempo occupare una posizione di destra e viceversa. In terzo luogo, essendo, “destra” e “sinistra”, concetti esclusivi, incompatibili, conflittuali, il centro in politica non può essere altro che un progetto per l’esclusione della destra e della sinistra – come nel caso della vecchia DC – o per il superamento dei due, come nel caso dei Pentastellati dei primi tempi, quando – prendendo spunto dalla cultura politica immediatamente successiva alla caduta del muro di Berlino e dall’ideologia di Francis Fukuyama – tali concetti erano considerati non più utili per comprendere la vita politica.

Che quest’idea (l’inutilità dei concetti sinistra e destra) sia un punto di vista fondamentalmente sbagliato si capisce non appena ricordiamo che i cittadini continuano a utilizzare queste categorie per definirsi e orientarsi politicamente. E’ vero che hanno difficoltà nel precisare i due termini, ma il fatto che rivestano un significato nella loro prospettiva è dimostrato dal fatto che la maggioranza sa collocarsi sull’asse destra-sinistra quando gli viene chiesto, che la maggioranza si sposta tra partiti contigui, appartenenti alla stessa area e molto di rado tra partiti di destra e di sinistra e così via. E il fatto che “destra” e “sinistra” siano concetti che hanno un significato per i cittadini, che i cittadini li utilizzino quotidianamente, significa che la vita politica continua di fatto a essere una competizione tra destra e sinistra, checché se ne dica, la sinistra italiana esiste, che la sinistra italiana è viva, anche se da molti anni a questa parte, come la sinistra in GB e in altri paesi europei, ha perso centralità sul piano politico.

In primo luogo, quindi, per tornare alla domanda, ritengo che il termine “sinistra” significhi due cose: primo, è una metafora spaziale risalente alla rivoluzione francese che i cittadini utilizzano per orientarsi nel mondo politico; secondo, in termini sostanziali, essere di sinistra implica impegno, o comunque essere a favore della lotta politica per l’uguaglianza: anzitutto per l’uguaglianza civile (quando la lotta tra destra e sinistra era una lotta tra i fautori e oppositori dei diritti civili come la libertà di espressione, di associazione e così via); poi per l’uguaglianza politica (attraverso il suffragio universale), e dall’inizio del ‘900, per l’uguaglianza economica e sociale. E, come argomenterò fra poco, se si intende l’uguaglianza come concetto universale – se l’uguaglianza che ci interessa è l’uguaglianza dell’umanità e non semplicemente dei cittadini di una sola nazione o di una parte circoscritta del globo –, l’uguaglianza implica anche l’internazionalismo, e cioè solidarietà internazionale, opposizione a qualsiasi forma di razzismo e xenofobia e così via.

  1. La sinistra italiana: le sue dimensioni e stato di salute

Avendo chiarito che cos’è la sinistra, e che la sinistra italiana quindi esiste, passiamo al secondo punto che riguarda la questione di quali partiti appartengono alla sinistra in Italia e qual è il loro stato di salute. Il Movimento Cinque Stelle, ho già sostenuto, è ormai (o comunque sta diventato sotto la leadership di Giuseppe Conte) un partito di sinistra. In base a quanto sostenuto sopra, siamo costretti a riconoscere che qualsiasi partito che si oppone alla destra è per definizione un partito di sinistra. Così, il fatto che il PD nella sua storia si è opposto alla destra solo in maniera ambigua, significa che il suo status di partito di sinistra è altrettanto ambiguo. È vero che è nato con una vocazione maggioritaria, cercando di occupare tutto lo spazio politico dal centro alla sinistra all’interno di un sistema bipolare. Ma ciò nonostante, l’inclusione al suo interno di componenti le cui radici culturali risalgono alla Democrazia cristiana implica l’inclusione di sensibilità politiche con progetti di centro. E cosa sono i “progetti di centro”? Sono progetti politici per la massimizzazione delle proprie risorse politiche attraverso o l’esclusione della destra e della sinistra oppure attraverso una strategia di gioco basata sull’uno contro l’altro – che è la strategia di Renzi e di Calenda, ed è il motivo per il quale sono, e saranno, fondamentalmente soggetti politici inaffidabili.

Oltre al PD e ai Pentastellati, i partiti di sinistra italiani hanno sofferto una specie di colpo di grazia riconducibile all’esperienza del secondo governo Prodi quando il PRC, costretto a partecipare al governo per non essere considerato politicamente irrilevante, si è trovato di fronte al dilemma che segna tutti i piccoli partiti radicali al governo insieme a partiti più grandi ma meno estremi e cioè: o subiscono il ricatto dei partiti più grandi e rinunciano alle loro rivendicazioni più radicali per non mettere a repentaglio la stabilità governativa e con essa il sostegno dei loro elettori più moderati. Oppure, rimangono fedeli alle loro rivendicazioni per non subire la defezione dei loro elettori “duri e puri”, con il rischio però di far cadere il governo. Assecondati da un campagna mediatica che ricorda lo stile giornalistico di una certa stampa di destra britannica, i cosiddetti alleati del PRC nel secondo governo Prodi hanno utilizzato tale esperienza per schiacciare il partito che da allora si è frantumato; che non conta più nulla (nel senso Sartoriano che non ha più né potenziale di ricattodi coalizione), e che si trova impossibilitato a superare quell’altro dilemma che i piccoli partiti sempre si trovano ad affrontare e cioè: siccome hanno pochi consensi sono largamente ignorati dai mass media, ma essendo ignorati sul piano della visibilità pubblica hanno pochissime chances di aumentare i loro consensi. Da allora, appare evidente un cambiamento nella cultura politica in generale che si è spostata verso la destra, e ormai anche i più concilianti politici socialdemocratici, come Nicola Fratoianni, Jeremy Corbyn o Yanis Varoufakis, vengono bollati dai media mainstream, senza nessun tipo di contestazione, come dei temibili estremisti di sinistra.

  1. Come siamo arrivati a questo punto?

Il che ci porta direttamente al terzo aspetto e cioè, come siamo arrivati a questa situazione? Per motivi di spazio non è qui possibile fare altro che accennare ad alcuni processi già molto conosciuti come il declino dei sistemi manifatturieri fordisti e l’accelerazione dei processi di globalizzazione a partire dagli anni settanta che hanno portato all’emergere di nuove fratture economiche e sociali come quella fra i perdenti e i vincitori della globalizzazione, ecc. In sostanza, i vincitori della globalizzazione continuano a sostenere la sinistra perché attratti dall’impegno a favore dei diritti individuali come quelli associati alle identità sociali quali genere, orientamento sessuale, etnia e così via – un impegno che è imprescindibile per la sinistra dal momento che è inestricabilmente legato al concetto di uguaglianza. Allo stesso tempo, i partiti di sinistra hanno per la maggior parte rinunciato all’uguaglianza economica – che maggiormente interessa i perdenti della globalizzazione – in parte perché la globalizzazione stessa ha privato i governi nazionali dei necessari mezzi in termini di politiche pubbliche compatibili con le esigenze dei mercati internazionali e anche con quelle delle istituzioni sovranazionali. Legati a questi processi abbiamo visto il declino dei grandi partiti di massa; la spettacolarizzazione, mediatizzazione e personalizzazione della politica; il declino dei vecchi legami politici anche su base territoriale, e il conseguente aumento della volatilità elettorale. In questo contesto, non c’è da meravigliarsi che i perdenti della globalizzazione, abbandonati dai loro tradizionali partiti di riferimento nell’area di sinistra, sono stati attratti da formazioni xenofobe e populiste di destra dal momento che questi partiti si offrono come veicoli per l’espressione del loro rancore adottando, inoltre, una retorica comunicativa caratterizzata dalla semplicità delle soluzioni proposte ai loro problemi e alle questioni del monto globalizzato, a mio avviso anche sbagliate (come la campagna contro gli immigrati e i rifugiati).

  1. Che fare?

Che fare allora? Questo è l’ultimo punto. Innanzitutto, nessun progetto per la rinascita della sinistra può prescindere dalla questione ideologica su cui vorrei spendere qualche parola. Uno dei problemi, se non il problema di fondo del PD è che manca totalmente una solida ideologia. Un’ideologia – qui intesa come un insieme di idee descrittive e esplicative di natura generale che orientano l’azione di un partito perché esprime un progetto e una visione di società – è, per un partito politico una sorta di sine qua non. Un partito a cui manca un’ideologia manca di quell’elemento che gli permette di organizzare e rendere coerenti le idee e i principi che informano il suo programma con le sue politiche. Da qui un insieme di incapacità e ostacoli:

  • Al massimo il partito può funzionare come un partito pigliatutti, fornendo una specie di arena per l’espressione degli interessi espressi dalla società civile, piuttosto che funzionare come un partito capace di rappresentare degli interessi specifici e così cercare di realizzare una visione per l’intera società.
  • Di conseguenza, ha grosse difficoltà nel dettare l’agenda politica e quindi nell’orientare l’opinione pubblica – essendo costretto ad appoggiare o a opporsi alle visioni espresse da altri attori, essendo condannato sempre a seguire o ad adattarsi all’opinione pubblica.
  • Infine, ha grosse difficoltà nel consolidare una platea di sostenitori disposta a votarlo a prescindere, tra alti e bassi, con la conseguenza di essere condannato a dover ricreare la sua base di consenso continuamente, ad ogni singola elezione.

Da questo punto di vista, a mio avviso, una grande responsabilità va attribuita a Tony Blair e a Anthony Giddens che con le loro posizioni riconducibili alla “terza via” hanno incoraggiato Walter Veltroni a pensare in termini simili con tutto quello che ne è derivato con la prospettiva ideologica del superamento delle cosiddette vecchie ideologie del ‘900. Un aspetto specifico va sottolineato a questo punto. I comici satirici erano abituati a prendere in giro Veltroni per il suo uso eccessivo dell’espressione “ma anche”, ma così mettevano in evidenza una debolezza molto, ma molto, seria: la tendenza endemica ad adattarsi all’opinione pubblica, e la colpevole rinuncia alla responsabilità fondamentale dei partiti politici in democrazia: quella di indirizzare l’opinione pubblica, di svolgere la loro funzione pedagogica.

La questione ideologica pone poi il problema di quale ideologia il partito dovrebbe dotarsi, e qui bisogna osservare come all’indomani delle recenti elezioni politiche abbiamo assistito a – per usare una frase ormai famosa – tanto bla bla bla da parte di molti commentatori mediatici. Cioè, in tanti si sono lamentati di come il PD esprima di fatto un vuoto – per citare la copertina di un recente numero de L’Espresso – e di come è indispensabile riempirlo; ma nessuno finora si è preso l’impegno di spiegare con che cosa questo vuoto deve essere riempito. A mio avviso, bisogna rendersi conto che dal punto di vista storico – in termini di ideologie realmente disponibili e non esistenti solamente nella fantasia – le possibilità si riducono a due e cioè: o il comunismo (che ha lo svantaggio che con la caduta del muro di Berlino è praticamente morto come possibilità realistica) oppure la socialdemocrazia (o se preferite, il socialismo): queste sono le uniche grandi ideologie che la sinistra è riuscita a esprimere negli ultimi 200 anni; e anche se la socialdemocrazia non è attualmente molto più vivace del comunismo, qualche prospettiva ce l’ha ancora.

Viene allora da chiedersi, come mai, all’indomani della caduta del muro di Berlino, il PDS e i suoi successori non si sono semplicemente dichiarati partiti socialdemocratici o socialisti. Il motivo, credo, sia duplice. Il PDS non lo poteva fare perché era erede di un partito, il PCI, che si era sempre visto come alternativo alla socialdemocrazia (anche grazie all’ossessione anti-comunista di Bettino Craxi). Il PD non lo poteva fare perché cercava di coniugare al post-comunismo una tradizione – quella democristiana – che anch’essa si era sempre considerata alternativa alla socialdemocrazia.

Ma ormai, la socialdemocrazia – intesa come progetto per l’utilizzo delle leve della politica pubblica per estendere la sfera dei diritti di cittadinanza a quella economica e sociale ai fini di contenere gli effetti del capitalismo rendendolo compatibile con i principi di uguaglianza – è l’unica ideologia rimasta.

E così arriviamo al punto finale e cioè che il progetto socialdemocratico dev’essere coniugato con il principio di internazionalismo – che nel vecchio continente si traduce in un progetto per la realizzazione di un Europa federale e democratica come sognato da chi ha immaginato e scritto il manifesto di Ventotene. Ormai mi sembra chiaro che, grazie alla globalizzazione, il vecchio progetto del socialismo in un solo paese – del Keynesianismo nazionale – non sia più fattibile.

Il problema di fondo per qualsiasi progetto socialdemocratico e internazionale è come conciliare le rivendicazioni dei perdenti e i vincitori della globalizzazione: i primi vogliono l’uguaglianza economica ma sono meno attenti a quella sociale, i secondi il contrario. Mi sembra che questo problema non sia impossibile da risolvere. I vincitori della globalizzazione, per esempio, stanno diventando sempre più sensibili a problemi, come i cambiamenti climatici, che pongono necessariamente il problema dell’uguaglianza economica in termini molto urgenti, nel senso che sta diventando sempre più chiaro che abbattere le disuguaglianze – che secondo molte denunce hanno raggiunto livelli alti – sia la sine qua non di qualsiasi soluzione climatica che tenga.

Insomma, la sinistra italiana ed europea ha un futuro: l’importante è che sappia come realizzarlo.

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