Questo è un articolo dell’Atlante elettorale della Società Italiana di Studi Elettorali (Sise) che – in collaborazione con Repubblica – offre ai lettori una serie di uscite settimanali in vista delle elezioni politiche del 25 Settembre 2022. La Sise promuove dal 1980 la ricerca nel campo delle elezioni, delle scelte di voto e del funzionamento dei sistemi elettorali. L’Associazione si avvale del contributo di giuristi, sociologi, storici e scienziati della politica, con l’obiettivo di favorire la discussione attraverso l’organizzazione di convegni di taglio accademico aperti anche al contributo di politici e commentatori.

Coordinamento scientifico e editoriale a cura di: Luigi Ceccarini (Università degli Studi di Urbino); Marino de Luca (University of Sussex); Domenico Fruncillo (Università degli Studi di Salerno); Antonella Seddone (Università degli Studi di Torino); Fulvio Venturino (Università degli Studi di Cagliari).

 

Le sfide titaniche del prossimo governo: che Europa potrebbe trovare una Meloni premier?

di Laura Polverari (Università degli Studi di Padova) – la Repubblica 15/09/2022

 

I SONDAGGI, prima del silenzio elettorale, hanno indicato fino all’ultimo giorno che è probabile una netta vittoria della coalizione di centro-destra. Vi è l’incognita dell’elevato astensionismo atteso (sopra al 30%), degli elettori fuori sede (circa 5 milioni) e di quanti, pur intenzionati a recarsi alle urne, non hanno ancora deciso per chi votare (quasi il 40%).

Tuttavia, anche con questi punti di domanda l’esito delle elezioni sembra ormai certo: un governo a guida Giorgia Meloni. Se così sarà, si tratterà di un risultato senza precedenti per la leader di Fratelli d’Italia (FdI). Se le previsioni si riveleranno corrette, FdI avrà non soltanto sconfitto il campo avversario ma anche sovrastato il proprio principale alleato in territori, come il Veneto, che ne erano stati finora roccaforte.

E potrà avviare il primo governo nella storia repubblicana guidato da una donna e da un partito sovranista e di eredità fascista in un Paese ancora maschilista, che è stato tra i fondatori di quella che è poi diventata l’attuale Unione europea e in cui il fascismo è vietato dalla Costituzione.

Ma per il nuovo governo la luna di miele potrebbe essere breve. Dopo la vittoria elettorale, l’esecutivo si troverà ad affrontare sfide enormi: dalla ripresa dell’economia e del lavoro, in un contesto di crisi energetica e inflazione al rialzo, alla necessità di affrontare le crescenti disparità sociali e territoriali; dal contrasto alla povertà (ai massimi storici) ai disastri naturali, sempre più frequenti e diffusi. Affrontare queste sfide non sarà differibile e le risorse Ue – in primis quelle provenienti dalla politica di coesione e dal piano Next Generation EU – rappresenteranno uno strumento fondamentale per farlo. E qui la partita si complica.

La politica di coesione si articola su periodi settennali e si fonda sull’approvazione, da parte della Commissione europea, di un piano strategico nazionale (accordo di partenariato) e di programmi operativi nazionali e regionali. Tutti i periodi passati sono stati caratterizzati da ritardi e difficoltà attuative legate alla sovrapposizione tra i c.d. periodi di programmazione. In questa tornata, però, i ritardi sono ben più marcati che in passato. L’accordo di partenariato 2021-27, che per l’Italia vale circa €75,3 miliardi (di cui €43,1 di fondi Ue), è stato firmato soltanto a luglio di quest’anno, dopo più di un anno e mezzo dall’inizio teorico del settennato (nel 2014-20, tale accordo era stato firmato a ottobre 2014). Questo ritardo avrà conseguenze sulla programmazione operativa e significherà che, per non perdere i finanziamenti, date le vigenti regole di bilancio, ministeri e regioni dovranno partire con l’attuazione correndo prima ancora di camminare.

Ma veniamo al Pnrr. L’Italia, con i suoi 191,5 miliardi di euro, è il primo Paese beneficiario delle risorse Ue: esito non scontato di un negoziato non facile. L’attuazione è cadenzata da una serie di milestone target annuali. Se questi non sono rispettati, i pagamenti vengono sospesi.

L’Italia ha passato il primo vaglio, relativo alla prima annualità, ma gli obiettivi diventeranno via via più stringenti. Non è affatto scontato che la PA italiana, nella sua configurazione multi-livello, abbia le capacità necessarie per attuare gli investimenti nei tempi previsti. Molta della spesa sarà demandata agli enti locali che sono in grande sofferenza dopo anni di austerità.

Sebbene il Pnrr preveda l’iniezione di risorse umane nelle amministrazioni, il loro reclutamento e la loro formazione richiedono tempo e la estemporaneità dei contratti non ne favorisce la ritenzione. Delle misure per la stabilizzazione sono state previste, da ultimo nel decreto Aiuti-bis appena approvato dal Senato, ma rimangono i vincoli della capienza di organico e le remunerazioni poco competitive rispetto al settore privato.

Il Pnrr si caratterizza anche per la previsione di importanti riforme (ad es., le riforme della PA, della concorrenza, della giustizia), ma il governo attuale è stato in grado soltanto di intavolarle o impostarle, rinviando l’attuazione ad atti successivi. L’attuazione dovrà essere realizzata dal governo entrante. Nel contesto sopra descritto, farlo sarà un’impresa titanica.

Con tutta probabilità, il nuovo governo dovrà cercare di negoziare tempistiche più generose con Bruxelles. Ma quale accoglienza potranno avere richieste simili quando giungono da un governo la cui leader ha dichiarato “che è finita la pacchia e anche l’Italia difenderà i suoi interessi nazionali”? Se è vero che è nell’interesse dell’Ue garantire il successo del Pnrr italiano, è altrettanto vero che una decurtazione degli stanziamenti all’Italia potrebbe andare a vantaggio di altre priorità e Stati membri.

Una prospettiva interessante nel momento in cui l’Ue si trova ad affrontare ancora una volta una crisi imprevista e a dover mettere in campo risposte congiunte per affrontarla. Ed anche un precedente che i Paesi rigoristi potranno usare in negoziati futuri.

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